Intelligenza artificiale in Italia tra imprese e pubblica amministrazione: cosa sta cambiando nel 2026

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Tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 l’intelligenza artificiale in Italia ha smesso di essere percepita come una tecnologia sperimentale per assumere un ruolo sempre più strutturale. Il cambiamento non riguarda solo l’ambito tecnologico, ma il modo stesso in cui aziende e Pubblica Amministrazione stanno ripensando processi, competenze e responsabilità. La sensazione diffusa è che si sia entrati in una fase più matura, dove l’AI viene integrata nelle attività quotidiane con obiettivi concreti di efficienza e semplificazione.

Nel mondo delle imprese il 2025 ha rappresentato un vero punto di svolta. Il numero di aziende che utilizza almeno una soluzione di intelligenza artificiale è cresciuto rapidamente, arrivando a raddoppiare rispetto all’anno precedente. Questo salto non è stato solo numerico, ma anche culturale. Sempre più organizzazioni hanno iniziato a superare la logica del progetto pilota per adottare strumenti di AI in modo continuativo, soprattutto per automatizzare attività ripetitive e migliorare l’analisi dei dati. Le analisi dell’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano descrivono un mercato in forte espansione, con investimenti che hanno raggiunto valori mai visti prima nel nostro Paese.

Guardando al 2026, il tema centrale non sembra essere tanto la tecnologia in sé, quanto le competenze. Si parla sempre più spesso di una collaborazione quotidiana tra persone e sistemi intelligenti, una sorta di lavoro in simbiosi che permette ai dipendenti di concentrarsi su attività a maggior valore aggiunto. Questo approccio, talvolta definito come una forma di lavoro “assistito” dall’AI, richiede però nuove figure professionali e una maggiore familiarità con gli strumenti digitali. Qui emerge una differenza evidente tra grandi imprese e piccole e medie aziende. Le prime hanno già avviato numerosi progetti strutturati, mentre le PMI faticano ancora a tenere il passo, frenate dai costi iniziali e dalla difficoltà di reperire personale specializzato. È una distanza che, se non affrontata, rischia di accentuare il divario competitivo interno al sistema produttivo italiano.

Parallelamente, anche la Pubblica Amministrazione sta vivendo una fase di trasformazione significativa. L’intelligenza artificiale viene vista come una leva per migliorare l’efficienza e ridurre la complessità burocratica, con un potenziale valore economico stimato su un orizzonte di lungo periodo. Tra il 2025 e il 2026 l’obiettivo dichiarato è avviare numerosi progetti di innovazione, distribuiti tra amministrazioni centrali e locali, con applicazioni che spaziano dalla sanità alla gestione degli appalti pubblici, fino al rapporto diretto con i cittadini.

In ambito sanitario, ad esempio, l’AI viene utilizzata per supportare la gestione della documentazione clinica, alleggerendo il carico amministrativo del personale. Nel procurement pubblico, invece, l’attenzione è rivolta alla semplificazione delle procedure e a una maggiore trasparenza. Un altro fronte importante è quello degli assistenti digitali, pensati per rendere più immediato l’accesso ai servizi e alle informazioni, riducendo tempi di attesa e passaggi inutili. Tutto questo si inserisce nel quadro della Strategia nazionale per l’informatica nella PA, che assegna un ruolo centrale all’intelligenza artificiale e affida all’AgID il compito di coordinare standard tecnici ed etici.

Un elemento che rende il caso italiano particolarmente interessante è il quadro normativo. Con l’approvazione di una legge nazionale organica sull’intelligenza artificiale, l’Italia si è posizionata come uno dei paesi più attivi in Europa su questo fronte. La normativa si integra con l’AI Act europeo e definisce con chiarezza i principi di governance, individuando nell’AgID e nell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale le autorità di riferimento. Un aspetto centrale è l’approccio umanocentrico: l’AI deve essere uno strumento di supporto, non un sostituto decisionale, soprattutto in settori delicati come la sanità e la Pubblica Amministrazione, dove la responsabilità finale resta sempre in capo alle persone.

Un altro tema rilevante è quello della sovranità dei dati. Per le applicazioni nella PA viene favorita la scelta di fornitori in grado di garantire che i dati siano gestiti all’interno di infrastrutture localizzate sul territorio nazionale. È una scelta che riflette una crescente attenzione alla sicurezza e al controllo delle informazioni, aspetti sempre più centrali in un contesto digitale complesso.

Nel complesso, il panorama dell’intelligenza artificiale in Italia nel 2026 appare in rapida evoluzione. Le opportunità sono evidenti, ma altrettanto chiari sono i nodi da sciogliere, soprattutto sul fronte delle competenze e dell’accessibilità per le realtà più piccole. Per aziende e amministrazioni, il consiglio pratico è quello di non limitarsi a inseguire la tecnologia, ma di investire in formazione e in una visione di lungo periodo. L’AI, più che una soluzione immediata, si sta rivelando un percorso di trasformazione che richiede tempo, consapevolezza e una forte integrazione con il fattore umano.

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