AI Act e GDPR nel 2026: come cambia la gestione dell’intelligenza artificiale in Europa

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Il 2026 rappresenta un momento di svolta per chi lavora con l’intelligenza artificiale in Europa, perché segna l’entrata nella fase applicativa del nuovo Regolamento Europeo sull’Intelligenza Artificiale, noto come AI Act. Dopo anni di discussioni e preparazione, le regole iniziano a incidere in modo concreto sulle scelte tecnologiche, organizzative e strategiche delle aziende, soprattutto per quanto riguarda il rapporto tra utilizzo dei dati e tutela dei diritti delle persone.

Uno degli aspetti più rilevanti è quello legato alla trasparenza. Entro agosto 2026 diventano pienamente operative le norme che impongono maggiore chiarezza sull’uso dei sistemi di intelligenza artificiale, in particolare quando questi generano o modificano contenuti. L’obbligo di etichettare elementi come i deepfake risponde all’esigenza di rendere l’utente consapevole di ciò che sta osservando o ascoltando, riducendo il rischio di manipolazione e disinformazione. È interessante notare come questo principio non nasca dal nulla, ma si inserisca in una sensibilità già maturata negli ultimi anni, complice la diffusione di strumenti sempre più accessibili per creare immagini, video e testi realistici.

Parallelamente, sta emergendo una convergenza sempre più evidente tra AI Act e GDPR. Se in passato la protezione dei dati personali era vista come un ambito separato rispetto allo sviluppo degli algoritmi, oggi questa distinzione tende a sfumare. Molte aziende stanno infatti unificando i team che si occupano di privacy e quelli dedicati alla governance dell’intelligenza artificiale. La ragione è semplice: i dati non sono più solo informazioni da archiviare correttamente, ma materia prima per l’addestramento dei modelli, e il modo in cui vengono utilizzati può avere un impatto diretto sui diritti degli interessati.

La gestione dei dati, quindi, non si limita più a stabilire dove siano conservati o chi vi abbia accesso, ma riguarda soprattutto come vengano impiegati all’interno dei processi di apprendimento automatico. Addestrare algoritmi senza violare i principi di liceità, correttezza e minimizzazione diventa una sfida tecnica e organizzativa, che richiede nuove competenze e una maggiore collaborazione tra figure legali, tecniche e di business. Una curiosità interessante è che molte delle buone pratiche suggerite per l’AI Act ricordano, in versione evoluta, quelle introdotte dal GDPR: valutazioni d’impatto, documentazione dei processi e attenzione al ciclo di vita dei dati.

Per chi sviluppa o utilizza sistemi di intelligenza artificiale, il consiglio pratico è quello di non considerare queste norme come un semplice adempimento burocratico. Integrare fin da subito trasparenza e tutela dei diritti nei progetti di AI può ridurre i rischi futuri e migliorare la fiducia degli utenti. In un contesto in cui l’innovazione corre veloce, la capacità di dimostrare un uso responsabile dell’intelligenza artificiale potrebbe diventare un vero elemento distintivo, oltre che un obbligo normativo.

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